Una canzone sbagliata, una sigaretta al tavolo accanto e una lezione di tredici anni fa sulla musica, l’ospitalità e il rispetto degli altri.

Puoi spendere una fortuna per rendere meraviglioso un luogo e rovinare tutto con una playlist gratuita.

Ci pensavo leggendo una storia Instagram di Giulia Cavaliere, esasperata dall’ennesimo ascolto di una di quelle canzoni che sembrano inseguirti ovunque, dal bar sulla spiaggia al ristorante dove avevi pensato di trascorrere una serata tranquilla. Giulia invocava la liberazione degli spazi pubblici da quella che considera una tortura musicale e, al netto dei gusti personali, mi sono trovato abbastanza d’accordo con il senso della sua protesta.

Mi è tornato in mente un intervento che ascoltai nel 2013 a BTO, a Firenze. Sul palco c’era Gigi Tagliapietra, musicista, tecnologo e divulgatore (o mastro tecnologo, come si definisce), chiamato a parlare di musica e turismo. Il titolo era Spazi che vibrano con le persone e ricordo quanto mi colpì il fatto che, in un evento dedicato all’innovazione e alle tecnologie per il turismo, qualcuno fosse riuscito a parlare di accoglienza partendo da Gustav Mahler, dai Beach Boys e dalla costruzione di un violoncello.

Riascoltandolo oggi, mi sembra che quel ragionamento sia diventato ancora più attuale.

Gigi cominciò dalla Prima Sinfonia di Mahler, che si apre con un’unica nota, un la affidato all’orchestra, quasi un tentativo di intonarsi con l’universo. Da lì attraversò la fisica delle vibrazioni, John Cage e il silenzio, la musica come linguaggio universale, la capacità dei suoni di muovere emozioni e ricordi, fino ad arrivare a una domanda apparentemente semplice: che cosa significa far stare bene una persona in un luogo?

Perché noi siamo abituati a considerare la musica qualcosa che ascoltiamo, dimenticando che prima ancora è qualcosa che sentiamo. Una vibrazione che ci attraversa, che modifica il nostro stato d’animo, che può tranquillizzarci oppure anche metterci a disagio. La musica può cambiare il modo in cui percepiamo un ambiente e il tempo che vi trascorriamo, può farci sentire parte di qualcosa oppure completamente fuori posto.

Gigi ha poi raccontato di una serata nel deserto algerino, trascorsa con persone che parlavano lingue diverse e che avevano cominciato a comunicare suonando oggetti improvvisati, dalle tazze del tè a una tanica d’acqua, dei concerti all’alba sulle Dolomiti, nei quali la musica diventa inseparabile dal paesaggio, e di Time in Jazz a Berchidda, dove il suono permette di entrare in relazione con una terra e con la sua cultura.

Il suo ragionamento arrivava a un punto che trovo ancora oggi illuminante.

«Quando qualcuno ha detto che il turista cerca il benessere, tutti gli alberghi hanno aperto saune, piscine, massaggi. No, non era benessere: era stare bene. E stare bene è diverso dal benessere, è più grande.»

È una distinzione che dovremmo tenere presente molto più spesso, anche fuori dal turismo.

Abbiamo trasformato il benessere in un catalogo di servizi e prodotti da acquistare, dimenticando che stare bene è una condizione molto più complessa, che dipende dal rapporto tra noi, gli altri e l’ambiente in cui ci troviamo. Puoi avere una camera bellissima e non riuscire a dormire per il rumore, un ristorante eccellente dove è impossibile conversare, una terrazza panoramica dove non puoi goderti il paesaggio perché qualcuno ha deciso che tutti debbano ascoltare la sua musica.

Ecco perché trovo così assurda la superficialità con cui viene spesso gestita la componente sonora dei luoghi. Da anni mi occupo di turismo, comunicazione ed esperienze e continuo a vedere ambienti progettati con grande attenzione all’estetica, alla luce, ai materiali, all’arredamento, nei quali poi la musica viene lasciata al caso, a una radio commerciale o ai gusti personali di chi lavora in quel momento.

Come se non facesse parte dell’esperienza.

Gigi invitava gli operatori turistici a chiedersi quale fosse la voce del proprio luogo, quale narrazione volessero costruire, quali emozioni desiderassero suscitare. E lo faceva con un’immagine molto efficace:

«Con la stessa attenzione con cui mettete il cioccolatino e il bigliettino sul cuscino dei vostri ospiti, pensate con quale voce volete parlare loro.»

Non suggeriva di mettere musica classica ovunque, né di imporre un’idea elitaria del buon gusto. Al contrario, raccontava quanto la musica potesse essere diversa a seconda delle persone, dei luoghi e delle esperienze. Una festa ha bisogno di un certo tipo di energia, una serata romantica di un’altra, un momento di contemplazione può avere bisogno soltanto dei suoni dell’ambiente.

Il problema nasce quando nessuno si pone più la domanda.

Quando la musica diventa un riempitivo automatico, un sottofondo permanente che accompagna qualunque attività senza che ci si chieda se sia desiderato, appropriato o semplicemente sopportabile.

E pensare che abbiamo a disposizione praticamente tutta la musica mai registrata. Possiamo ascoltare qualsiasi cosa, in qualsiasi momento, eppure questa abbondanza sembra averci reso meno attenti alla qualità dell’ascolto. La musica è dappertutto, ma spesso non è davvero ascoltata da nessuno. È qualcosa che occupa lo spazio, come una tappezzeria sonora che non abbiamo scelto e dalla quale non possiamo sottrarci.

La questione, naturalmente, non riguarda soltanto la musica.

Penso spesso a un’altra situazione che personalmente trovo particolarmente irritante: il fumo nei tavoli all’aperto dei ristoranti. Da quando non si può più fumare nei locali chiusi, capita che chi desidera pranzare in una terrazza o in un giardino debba scegliere tra respirare il fumo del tavolo vicino oppure rinunciare al piacere di mangiare all’aria aperta.

È una contraddizione curiosa: hai scelto quel posto per goderti una bella giornata, magari davanti al mare, e ti ritrovi a sperare che nessuno accenda una sigaretta mentre stai mangiando. E se succede, il problema sembra diventare tuo, perché sei tu quello infastidito, quello che eventualmente deve chiedere di cambiare tavolo.

Naturalmente non penso che si debba vietare qualsiasi comportamento che possa disturbare qualcuno, vivere insieme significa anche accettare le abitudini degli altri. Ma dovrebbe significare, con la stessa naturalezza, preoccuparsi delle conseguenze delle proprie abitudini su chi ci sta intorno.

È una sensibilità che mi sembra stiamo perdendo, insieme alla capacità di distinguere ciò che possiamo fare da ciò che sarebbe opportuno fare.

Chi ascolta i messaggi vocali in vivavoce sul treno, chi guarda video senza auricolari in una sala d’attesa, chi arriva in spiaggia o in una rada con una cassa Bluetooth e trasforma cinquanta metri di arenile o mare nella propria discoteca personale, probabilmente non pensa nemmeno di stare imponendo qualcosa agli altri. Sta semplicemente facendo quello che gli piace, senza considerare che il suo piacere potrebbe essere il fastidio di qualcun altro.

E quando qualcuno prova a farlo notare, spesso viene considerato intollerante, noioso, esagerato, rompiscatole.

Siamo arrivati al punto in cui chi chiede tranquillità deve giustificarsi più di chi disturba.

Non credo sia una questione generazionale e nemmeno penso che un tempo fossimo tutti più rispettosi, trovo solo che abbiamo progressivamente perso l’abitudine di considerare gli spazi condivisi come luoghi nei quali il nostro comportamento contribuisce a determinare l’esperienza degli altri.

E questo mi riporta a un altro passaggio dell’intervento di Tagliapietra, quello dedicato a John Cage e alla sua riflessione sul silenzio.

Il silenzio è una camera anecoica con dentro John Cage morto -  L'Indipendente

Cage raccontava di essere entrato in una camera anecoica, progettata per eliminare i suoni esterni, e di aver scoperto che nemmeno lì riusciva a sperimentare il silenzio assoluto. Continuava a percepire i suoni del proprio corpo. Il silenzio, dunque, non è semplicemente assenza di suono, ma una diversa condizione di ascolto.

Trovo questa idea particolarmente bella, soprattutto oggi che sembriamo incapaci di lasciare qualcosa senza un accompagnamento sonoro.

Il silenzio di una spiaggia non è davvero silenzioso. Ci sono il mare, il vento, le persone che parlano, gli uccelli. Così come il silenzio di una cena può essere fatto dal rumore delle posate, dai bicchieri, dalle conversazioni degli altri tavoli. Sono suoni che appartengono a quei luoghi e che contribuiscono a renderli riconoscibili.

Perché dovremmo necessariamente coprirli?

Forse il problema è che abbiamo cominciato a considerare ogni pausa come un vuoto da riempire. 

Non riusciamo più a stare senza una musica, una notifica, un video, qualcosa che occupi la nostra attenzione e così finiamo per non accorgerci nemmeno di quello che ci circonda.

Gigi Tagliapietra utilizzava una metafora che mi è rimasta impressa, quella del violino come cassa armonica. Uno strumento costruito con una precisione straordinaria, nel quale ogni dettaglio contribuisce ad amplificare la vibrazione delle corde. Raccontava del suo liutaio, del lavoro necessario per scavare il legno, delle quaranta mani di vernice, della fatica e della dedizione indispensabili per ottenere un suono.

Era il suo modo di ricordare che creare luoghi capaci di far stare bene le persone richiede la stessa attenzione. Non basta acquistare un impianto stereo o scegliere una playlist. Occorre capire le persone, conoscere il luogo, avere una sensibilità per ciò che si sta costruendo.

La cura, più che accessorio dell’esperienza, è ciò che permette all’esperienza di esistere.

Mi sembra che questo principio valga per un albergo come per un ristorante, per una città come per una casa, e persino per i nostri comportamenti quotidiani.

A volte basta abbassare il volume, altre volte basta non accendere una sigaretta mentre qualcuno sta mangiando accanto a noi oppure semplicemente accettare che non ogni dannato momento debba essere riempito dalla nostra presenza.

Alla fine del suo intervento Gigi Tagliapietra disse che la cosa più bella della musica era vibrare insieme, facendo in modo che ogni ospite potesse riconoscersi nel luogo in cui si trovava e dire:

«Io qui ci sUono.»

È un’espressione meravigliosa, perché racconta il piacere di sentirsi in sintonia con un ambiente e con le persone che lo abitano, una condizione che non si può comprare e nemmeno imporre, ma che si può cercare di costruire con attenzione.

Sono passati tredici anni da quell’intervento e mi sembra che abbiamo ancora molto da imparare.

Anche perché, a pensarci bene, per permettere agli altri di trovare la propria armonia dovremmo innanzitutto smettere di pretendere che ascoltino sempre la nostra.

E magari, ogni tanto, anche avere il buon gusto di stare in silenzio.


Potete rivedere ascoltare l’intervento di Gigi Tagliapietra a BTO 2013 qui 

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insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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